Alcuni cenni storici

Sparito definitivamente il latino come lingua parlata -anche se ancora per alcuni altri secoli rimase come lingua ufficiale scritta-, nelle varie regioni d’Italia si iniziò a parlare una "vulgata" che ben presto cominciò a differenziarsi da luogo a luogo per le divisioni politiche, economiche e amministrative del nostro territorio nazionale e, soprattutto, per il continuo e -troppo facile- contatto con le truppe di inva-sione e di dominazione che si sono sempre succedute in Italia fino a tutta la metà dell’800.

Anche nel territorio castellano la parlata dialettale, già nata ibrida per tanti altri motivi, è andata via via modificandosi a seconda dell’influenza e del prevalere ora di uno ora di un altro gruppo etnico.

Come vedremo più avanti, nel nostro dialetto coesistono termini che derivano da francesismi, che risentono dell’influenza dello spagnolo e altri, anche se pochi, dalle lingue del ceppo sassone.

Posto il differenziarsi delle prime parlate popolari per gli influssi di diversi insediamenti stranieri, tali dialetti rimasero quasi inalterati radicandosi di conseguenza per alcuni secoli, fintantoché perdurò l’economia curtense e, più in generale, la chiusa civiltà alto-medievale.

Nell’età d’oro del Rinascimento, con l’aprirsi delle civiltà agli scambi commerciali e ancor più per il grande respiro portato ovunque dal rifiorire delle arti e dei mestieri, le varie parlate popolari co-minciarono ad imbastardirsi.

Le maggiori differenze fra i vari dialetti continuarono però a mantenersi, a farsi sempre più profonde man mano che si “scende” fra gli strati più emarginati delle nostre genti; per giunta in un’area circoscritta di popolazione la codificazione descrittiva del dialetto è meno raffinata: la sua terminologia esclude, per esempio, il vocabolario scientifico e intellettuale o lo mutua dalla lingua nazionale.

A Castello -meglio dire nel Vicariato di Castel S.Pietro- già nel sec.XIV i banditori trasmettevano al popolino le ordinanze del Consiglio degli Anziani e dei vari Massari non più in latino ma nella volgata del posto.

Dopo l’istituzione del mercato da parte di Giulio II, il lunedì confluivano nel nostro paese i contadini delle borgate limitrofe. Alcuni di loro, pochi per la verità, sapevano leggere e quindi, ad alta voce, indicavano agli analfabeti le disposizioni riguardanti i pesi e le misure a cui attenersi. A volte -più spesso- erano gli abitanti del capoluogo, più acculturati, che spiegavano ai villici tali regole. Le conseguenti discussioni avvenivano però in dialetto e in dialetto si continuava a parlare anche quando, concluso un affare, si entrava in una qualche osteria ad innaffiare il tutto.

A Castello, oltre al mercato delle granaglie e del pollame vario, vi era un fiorente mercato dei bovini, degli ovini e degli equini. Il mercato, fino all’ultimo conflitto mondiale, si teneva nelle due aree lungo l’attuale via Marconi: una dove ora vi è il parcheggio auto a ridosso del palazzo comunale e l’altra dove ora ci sono le case popolari, verso la Montagnola, sotto una grande tettoia in ghisa.

Le lunghe estenuanti trattative per la compravendita di vacche e buoi (necessari quest’ultimi per i lavori nei campi) assumevano spesso le forme di un rito. Veniva usato un linguaggio tipico, coloritissimo: imprecazioni, iperbole, accidenti, giuramenti, finte ritirate.
Il sensale gesticolava come un ossesso, sbraitava e, sacramentando, inveiva, rabboniva, strattonava ora il venditore ora il probabile compratore, si sgolava finché non riusciva alla fine a trovare l’accordo fra le due parti, le quali fingevano di essere ciascuna la più penalizzata.

In tutto questo animatissimo vociare, la parlata, anzi le parlate dialettali, mescolandosi si smussavano, si arricchivano di nuovi modi di dire, di frasi fatte, di locuzioni particolari (e la fantasia non mancava certo a questi personaggi!): nomignoli, diminuitivi, peggiorativi, iperbole...Tra il popolino quasi tutti avevano il nome di battesimo alterato dal dialetto: abbreviato, storpiato con riferimento a un difetto fisico o di pronuncia, ad una mania, ad un innocente tic, o semplicemente associato al mestiere esercitato. Se, per esempio, si diceva Golinelli, ben pochi capivano a chi ci si riferiva, ma tutti intendevano se si diceva: "Pío al falegnâm".
E così: Quarantén al calzulèr, Pesci al frâb, Nóccia dal zavât, Pío dal brèg cûrti, Ióffa al posto di Giuseppe.

Ma era certamente nelle campagne che tale usanza era parti-colarmente rilevante. Qui addirittura veniva sostituito il cognome, individuando quasi sempre le persone con l’appellativo del podere di appartenenza: quî ed (quelli di) Carżèna, Gîldo ed Prasôl, quall dal żinèster.

E poi forse era meglio così piuttosto che chiamarli con i nomi assurdi che impiegati un po’ burloni dello Stato Civile affibbiavano ai neonati all’atto di iscrizione all’anagrafe nel caso i genitori li lasciassero liberi di scegliere un nome a loro piacimento; non di rado: Napoleone, Epaminonda, Desdemona, e simili.

Questa digressione un po’ lunga per tratteggiare -a larghe maglie- un mondo ormai scomparso da decenni, un contesto sociale, luoghi di lavoro, mestieri specifici, dei posti di ritrovo (come le vecchie osterie) nei quali nasceva e prendeva via via più vigore la parlata dialettale, forgiando nel contempo tutta un’umanità semplice, schietta e colorita.

In questo contesto, col tempo le varie sfumature di pronuncia andavano mescolandosi, le une influenzando e un poco modificando le altre, determinando così un amalgama che non era più né un “roma-gnolo” schietto né un “bolognese” puro.
Infatti l’idioma castellano, essendo il nostro territorio ai limiti tra il Bolognese e l’Imolese (già Romagna), è stato sempre molto esposto alla pressione del dialetto che di volta in volta si faceva più forte per il prevalere dell’influenza politica e socio-economica di una o dell’altra parte sulle condizioni di vita dei Castellani.

Così il nostro dialetto è sempre stato sottoposto ad una fluttuazione lessicale molto accentuata e ancor oggi lo si definisce un ibrido, quello parlato ai nostri giorni è già diverso da quello parlato qualche generazione fa: dai nostri nonni, tanto per intenderci, all’inizio del ‘900.