Misto italiano-dialetto

Il “misto” italiano/dialetto e viceversa

Quando anche tra le classi più popolari si cominciò lentamente ma progressivamente a voler usare, nel parlare, qualche espressione in italiano, magari nel rispondere ad un avvocato, nel chiedere consiglio ad un medico, nel parlare con un graduato o semplicemente nel rivolgersi alla propria amata, nacque una forma di linguaggio “misto” con aspetti che solo se considerati superficialmente possono suscitare ilarità ma che molte volte esprimono invece un autentico profondo lirismo.
Ma fu soprattutto nei primi tentativi di scrivere in lingua italiana che si raggiunsero forme di vera, toccante poesia, dato che si prendevano carta, penna e calamaio solo in occasioni estremamente importanti.
Molte parole divennero pure e semplici trasposizioni dal dialetto, stiracchiandole per farle assumere la grafia il più possibile somigliante a quella italiana; inevitabilmente nei testi un po’ più lunghi ed elaborati gli errori di grammatica, di sintassi e soprattutto di ortografia erano molto frequenti.
“Indirizzo” diventa “in dirizzo”; la radio = l’aradio; mia moglie = mia molie; l’amico = lamico; più peggio; e “io ci dico” (e “io ce lo dico”); vadi per vada; stassi per (io) stessi; da vero per davvero; non pollono per non possono, il più migliore, ecc..
Tipico l’inserimento di “quei” e “quelle” dopo le parole “tanti” e “tante”:

- tanti soldi = tanti di quei soldi;
- tante botte = tante di quelle botte;
- c’ho, c’hai, c’ha per ho, ha, hai.
E così via.

Si pensi alle lettere inviate ai familiari da chi era lontano a fare il soldato o emigrato per ragioni di lavoro.