Modi di Dire Dialettali

...che si usavano una volta a Castello

a cura di Marisa Marocchi

Come ho già detto in altre occasioni, ho imparato a parlare in dialetto, e solo quando sono andata all’asilo, ho iniziato ad esprimermi in italiano. Pensavo in dialetto, poi traducevo in italiano. Questo è successo a tutti i bambini di una volta. E’ anche la ragione per la quale sono rimasta affezionata a questa lingua che è la prima imparata, quella famigliare, dei nonni, delle persone che mi hanno cullato, che mi hanno allevata.

I ricordi, sono ricordi in dialetto.

La nonna quando mi raccontava le favole, lo faceva in dialetto e quando parlava o raccontava di fatti e di persone, usava spesso delle frasi che non sempre capivo, perché erano dei modi di dire o dei proverbi, di cui io non avevo la chiave di interpretazione. Ricordo che in quei casi mi indispettivo, perché non capendo, mi sentivo esclusa dal racconto. Così, pignola com’ero fin d’allora, volevo sapere cosa volesse dire. Mi veniva spiegato il significato, ma non l’origine del detto. Questa curiosità, ho cercato nel tempo di soddisfarla ed oggi che posso dedicarmi alle cose dilettevoli, ho pensato di approfondire alcuni di questi modi di dire, molti dei quali sono andati in disuso. Sono andati in disuso, sia perché è il dialetto stesso che non viene più parlato, sia perché sono cambiate le condizioni di vita e certe espressioni non hanno più ragione d’essere. Oggi, con la cultura che abbiamo acquisito possiamo esprimere i concetti con proprietà di linguaggio, senza dover ricorrere a tanti giri di parole.

Quando la maggioranza del popolo era analfabeta, conosceva un numero abbastanza limitato di parole, quindi per esprimere i suoi concetti, era costretto a ricorrere a similitudini, a usare ciò che vedeva attorno, come metro di paragone per esprimere le proprie idee. Proprio da queste considerazioni nasce la mia convinzione, che la maggioranza dei modi di dire che riporto, siano nati dal linguaggio popolare, cioè dialettale (non solo castellano) e che solo successivamente, siano diventati patrimonio della lingua italiana. Sono interessanti anche i riferimenti storici che ho riscontrato.

E’ questo un linguaggio povero, che usa anche qualche termine volgare, però è spiritoso, è fantasioso nella ricerca delle similitudini ed invoglia al sorriso. Ironizzare e ridere anche dei guai e delle difficoltà, aiuta a sdrammatizzare le situazioni, ad aver fiducia nella vita e nel futuro. Una volta si sperava sempre che la Provvidenza avrebbe dato una mano!

Il nostro dialetto deriva dal bolognese, perché la nostra storia è strettamente connessa a Bologna, città che promosse la fondazione di Castello.

Siamo però collocati in una zona in confine con la Romagna, per cui nella pronuncia, abbiamo subìto delle contaminazioni. Il bolognese, ha una pronuncia molto più larga delle vocali, tanto che da noi si diceva che al bulgnais l’è piò salé (è più salato), perché le vocali sono pronunciate a bocca molto aperta, come si fa per dire la parola salata, dove sono tutte a. Il dialetto romagnolo invece ha una pronuncia delle vocali molto più stretta. Da qui credo tragga origine quella che ho chiamato contaminazione. Ci sono parole in cui la vocale è a metà fra la a e la e o fra la a e la o, che si allontanano dalla pronuncia bolognese. Ho scelto l’ortografia che sembrava più vicina alla nostra. La gente che abitava in collina, aveva poi delle inflessioni ancora diverse, oserei dire ancor più imbastardite. Per cui chi mi leggerà potrà trovare altre dissonanze.

Il nostro dialetto è meno salato del bolognese. Ho ritenuto necessario fare questa premessa, perché nelle frasi dialettali che riporto, ho cercato di accentare le sillabe su cui si posa la voce, per indicare anche un leggero strascico di pronuncia. Per le parole castellane che più si discostano dal bolognese, ho indicato quest’ultima fra parentesi.

Non ho fatto studi di linguistica, sono solo appassionata del modo come si formano le espressioni che usiamo, per cui posso essere incorsa in qualche errore di traduzione, di grafia o anche d’interpretazione. Scusatemi per questo, prendete il mio lavoro come un modesto contributo alla nostra storia, attraverso il ricordo del modo come si parlava una volta.

Non ho adottato invece l’uso dell’accento circonflesso, perché troppo laborioso da fare con il computer (io scrivo per divertimento), né altri segni convenzionali, perché avrei rischiato di rendere poco leggibile il testo, che già è difficile così. Per l’ortografia mi sono riferita al “Dizionario del dialetto bolognese” di Lepri-Vitali, con qualche eccezione, come già accennato, nel caso il dialetto castellano si discosti dal bolognese.

Il documento è compilato con questo criterio:

La prima riga scritta in grassetto - riporta la frase dialettale.

La seconda riga- in carattere normale- riporta la traduzione strettamente letterale.

Il testo a destra -riporta il significato, il termine più corretto e, dove è stato possibile, le origini del detto.

Divertitevi!