Storielle e filastrocche

Da “ Granelli di ...” - di G. Biondi Ed. Tipoarte 1997
(è possibile acquistare il libro contattando l'autore all'indirizzo di posta elettronica info@castelsanpietroterme.info)

(Una piccola annotazione per il nostro ospite navigatore: non si entra nella spiegazione dei vari giochi: non è qui il caso; si vuole soltanto tratteggiare un’atmosfera ... dialettale.)

Uno strano, divertentissimo gioco di noi bambini era quello di scambiarsi, stando seduti in cerchio, piccole pietre o sassi grandicelli in rapida successione, al ritmo di una cantilena. Per battere il tempo si iniziava urlando in coro e in modo cadenzato:
“Aa ... rén, butén, salè, limån, anfrén, anfrån, côla garavèla, tuddàssc, dièvl e pass!!”
Poi si iniziava il gioco vero e proprio passandoci in cerchio l’un l’altro le pietre lasciando -con un colpo secco- la propria davanti al compagno che ci era a fianco; prima lentamente e poi sempre più in fretta. Questi i versetti:
“ L é lò/ ch’al bâla/ al täng/ ed Sän Żuliän/ e la bandiera/ ci darem/ ribin/ ribon/ ... e cic e ciac/ e cioc.
Infine, un esempio di come alcune parole, scritte e pronunciate allo stesso modo, possano avere significati diversi: aggettivi e verbi scambiati per numeri cardinali:
«Al sèt che ali òt l arîva al nôv dutåur, ch’al dîṡ che ali ónng’ di pî ali én dågg’ ..?»
Un ambiente tutto particolare, quasi un mondo a sé, era quello de-gli accaniti giocatori di carte. Era...; anche se permane ancora qual-che oasi; anche se alcuni bar mettono ancora a disposizione dei clien-ti tavoli e mazzi di carte.
Decenni fa, iniziando da Maraz in Montagnola e arrivando in Borgo al caffè di Mongardi, passando per tutte le numerose osterie in ogni via e piazzetta, si udiva -specialmente nelle ore serali- un vocia-re concitato, un imprecare al limite del blasfemo. Si giocava generalmente a briscola e tressette, a scopa, a scopone scientifico; con le carte da ramino, con i tarocchi bolognesi..
Quest’ultimo gioco (detto delle “sei partite” qui da noi e giocato invece a “ottocento” a Bologna) è molto bello ma anche molto complesso e viene praticato, purtroppo, da un sempre minor numero di conoscitori.
Tutto questo cos’ha a che fare col dialetto? Semplice: nel condurre il gioco vengono usati termini ed espressioni che, credo, non abbiano neppure il loro corrispettivo in italiano:
ṡméncia al pió bèl; tîra vî un sflécc; a n arîv brîṡa ala män ed nómmer; Scanzèla al cricån; A n avän brîṡa scavzè; Avîv fât secuänza?; Avän al cuntadåur.
E quale gioco più “dialettale” della ‘matâza’?
Questo gioco, che per fortuna è in controtendenza, sembra inventato apposta per passare in rassegna tutti gli improperi, tutte le espressioni gergali più colorite, tutte rigorosamente in dialetto. I quattro giocatori giocano ognuno per se stesso e contro gli altri tre: perde o chi non ha preso neppure una volta o chi ha preso troppo; alla fine di ogni mano la lite è garantita. Mai in tanti anni , mai sentito espressioni gentili: “Cerca di andare a liscio se puoi”. “Hai rifiutato e non potevi”.
Ma: “Csa fèt?! T an vadd ch’a vâg a dûr? – T an sî brîṡa pagadåur, t è såul nôv figûr. T è arfiadê!”.
Spiegare certi vocaboli non ha grande importanza. Si dirà che si vive anche senza sapere il loro significato: vero.
Ma chi può così sfogare la tensione accumulata durante la gior-nata forse ha un mezzo, un modo più degli altri di farlo ed è un modo del tutto innocuo.